Dionisi, ritorno al Barbera dopo una stagione da dimenticare: e il Palermo…
Alessio Dionisi torna al Renzo Barbera alla guida dell’Empoli. Domani rimetterà piede alla “Favorita” per la prima volta da avversario, ritrovando uno stadio con cui, nella scorsa stagione, il rapporto è stato complicato fin dall’inizio e si è deteriorato ulteriormente alla fine. Dal punto di vista ambientale sarà decisamente diverso dalla gara di due mesi fa a Empoli, che il Palermo ha vinto con grande merito.
L’ultima apparizione al “Barbera” non risale a molto tempo fa: era Palermo–Carrarese, l’ultima partita della stagione regolare che ha certificato l’ottavo posto finale, sufficiente appena per accedere al turno preliminare dei playoff. Un piazzamento che, però, raccontava già una stagione al di sotto delle aspettative, poi confermata dall’eliminazione contro la Juve Stabia nel turno preliminare dei playoff. Un epilogo amaro, diventato lo spartiacque definitivo.
Un Palermo mai “suo”
L’esperienza di Dionisi in rosanero è stata breve e segnata da numeri poco convincenti. Ma più dei dati, a pesare è stata soprattutto una sensazione: quella di un percorso incompiuto. Un Palermo mai davvero “suo”, mai pienamente riconoscibile, spesso incapace di trovare continuità e di esprimere un’identità stabile.
Ha alternato lunghi tratti di confusione a momenti di discontinuità, come se le idee non riuscissero a trasformarsi in fatti concreti. Un limite che, in una piazza come Palermo, finisce inevitabilmente per diventare un tema quotidiano. Tutta colpa sua? No di certo. Gli equivoci lo scorso anno erano all’ordine del giorno ed evidentemente è mancata anche l’armonia interna. Le cose sono andate meglio verso la fine ma ci sono voluti gli innesti di Audero, Magnani e Pohjanpalo per scongiurare il pericolo di precipitare in classifica.
“Voi lo volete?”
E pensare che l’arrivo di Dionisi – dopo il biennio di Corini e la breve parentesi di Mignani – era stato accolto con entusiasmo. Già promosso dalla B alla A e reduce dall’esperienza al Sassuolo, il tecnico toscano si presentava come un allenatore giovane, emergente, con una proposta moderna e il “bel gioco” come biglietto da visita. Un profilo che sembrava perfettamente in linea con la società.
Qualcosa, in effetti, si era intravisto nella prima fase del precampionato e fino alla qualificazione ai trentaduesimi di Coppa Italia, ottenuta grazie alla vittoria sul campo del Parma decisa da Insigne. Un segnale che aveva alimentato fiducia e l’idea di una stagione finalmente da protagonisti.
Poi, a fine agosto, l’episodio rimasto nella memoria di molti: quel “Voi lo volete? Anche noi lo vogliamo”, urlato nel megafono durante un allenamento a porte aperte. Un momento che sembrava fotografare l’apice del legame tra tecnico e ambiente, ancora prima dell’inizio del campionato, ma che ha presto finito per assumere il sapore della beffa.
Risultati non all’altezza
La stagione, infatti, ha preso presto un’altra direzione. I risultati non sono stati all’altezza, la classifica ha iniziato a zoppicare e le prestazioni hanno inevitabilmente allargato la distanza tra squadra e tifoseria. Le contestazioni, inizialmente sporadiche, sono diventate via via più frequenti e il “Barbera” si è trasformato più volte in un termometro severo del malcontento. Fino alla gara casalinga del 9 maggio contro il Frosinone, quando la gigantografia di Dionisi con la scritta “The End” è diventata l’immagine simbolo del distacco.
Mercato deludente e il “caso Brunori”
Nel mezzo, una serie di eventi difficili da gestire. Su tutti, un mercato che non si è dimostrato all’altezza, con innesti che non hanno inciso: Nikolaou, Appuah ed Henry sono stati i nomi più discussi, diventati simbolo di una campagna acquisti – condotta dal ds De Sanctis – rivelatasi dispendiosa e poco efficace.
Ma il tema che ha fatto più rumore di tutti è stato il “caso Brunori”. Per buona parte della stagione, l’ex numero 9 è rimasto ai margini, spesso relegato in panchina, in una situazione che ha tenuto banco settimana dopo settimana, condizionando tutto l’ambiente e lasciando una scia di malcontento in tutti i settori: dalla società al tecnico, dal ds ai giocatori. Quando Brunori – con i “buoni uffici” di Osti – è rientrato in gruppo il campionato era già compromesso nonostante 8 gol e 3 assist del capitano da fine dicembre in poi.
Poca empatia
In un ambiente passionale ed esigente come Palermo, Dionisi non è mai riuscito a calarsi pienamente nel contesto. Non soltanto per una questione tecnica, quanto per ciò che spesso fa la differenza in questa piazza: l’empatia, la lettura del momento, la capacità di farsi sentire anche fuori dal campo. Non ha mai mancato di rispetto a nessuno ma non è nemmeno mai riuscito a comprendere e a farsi comprendere. Il classico amore mai sbocciato.
Anche la comunicazione, più volte, non è sembrata all’altezza. E in una città che pretende partecipazione emotiva oltre alla competenza, questo aspetto pesa quanto un risultato negativo. A Dionisi è mancato il carisma per reggere fino in fondo il ruolo da “frontman” e, soprattutto, è mancata la percezione di una reale disponibilità a mettersi in discussione davanti alla piazza.
Un ritorno carico di memoria
Dionisi torna dunque al “Barbera”, stavolta da avversario. Il dibattito è già avviato da giorni: chi suggerisce di fischiarlo, chi di ignorarlo. Qualche fischio all’ingresso in campo lo sentiremo, Dionisi se li aspetta di sicuro. Ma sarebbe un errore “giocare” contro Dionisi. Il Palermo ha obiettivi più alti, deve battere l’Empoli perché il treno che porta alla serie A sembra non fermarsi mai.
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