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La Bracierina Palermo
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Mondiali 2026, lezione di verticalità e velocità. Mentre il calcio italiano si “annaca”…

E così, la montagna partorì il topolino. Ci siamo indignati per l’ennesima figuraccia del calcio italiano sbattuto fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva da uno squadrone che all’esordio ha beccato quattro pappine nientemeno che dalla Svizzera. Abbiamo pensato, ancora una volta: “Adesso basta, stavolta deve cambiare qualcosa di serio”. E dopo quasi tre mesi di triccheballacche ci ritroviamo con un presidente eletto della Figc che è tutto fuorché un neofita e con la prospettiva di richiamare Mancini, lo stesso che mollò baracca e burattini alla vigilia di una partita decisiva per i soldi dei sauditi, oppure Conte, autentico esponente di un’idea di calcio moderno, frizzante e propositivo. Come dire: il nuovo che avanza.

Faccio parte di una generazione di ex-ragazzini che attendevano con ansia il quadriennale appuntamento con i Mondiali nella certezza che ci avrebbero regalato emozioni e aggregazione, speranze e disincanto, lacrime di gioia o di delusione; tutte sensazioni che i ragazzini di oggi vivono solo attraverso i ricordi dei loro padri o dei loro nonni. Un po’ per gli orari, un po’ per malinconia ho visto solo poche partite che tuttavia mi sono state sufficienti per fare qualche confronto con gli spettacoli cui il derelitto calcio italiano ci costringe ad assistere settimanalmente. Proverei a condensare le mie prime impressioni comparative definendo il calcio che il Mondiale sta mettendo in mostra come “il calcio delle due V”, dove la prima sta per “verticalità” e la seconda per “velocità”.

Personalmente, sono stufo di assistere al traccheggio tra difensori e centrocampisti che, volendo limitare gli errori, si passano la palla da lì a pochi metri con il risultato di consentire agli avversari di piazzarsi dietro e ridurre gli spazi di manovra. Quelli bravi la chiamano “partenza dal basso”, mentre io, che sono cresciuto a panelle e sfincionello, preferisco il termine “annacamento”, espressione dialettale che esprime il concetto del massimo movimento con il minimo dello spostamento. Da qui, la palese inutilità del parametro “possesso palla” che raramente si correla con il risultato della partita. Il calcio del Mondiale è un calcio verticale, fatto di gente che non ha paura, a partire dai portieri, di fare un lancio lungo o di “presidiare le fasce” con più uomini senza pensare tanto ai buchi centrali che l’assenza delle “preventive” (che fastidio, che fastidio !!!) tende ad aprire. Perché, se qualcuno non l’avesse ancora capito, lo scopo del gioco (anzi, giuoco) è di segnare un gol in più degli avversari, non subirne uno di meno. Un gioco di parole che esprime un ribaltamento della strategia del giuoco.



E qui passo alla seconda “V”, quella che rende spettacolare la manovra e tiene incollati alla TV noi appassionati di calcio, anche se del tutto indifferenti all’esito della partita. Ci deve essere qualche recondito motivo per cui persino le squadre meno dotate sembrano correre al doppio della velocità delle nostre. Forse la preparazione fisica, oppure le caratteristiche strutturali dei calciatori in campo con l’assodata superiorità atletica di quelli di origine africana che ha stravolto nelle ultime decadi il cromatismo e i risultati di Nazionali, a partire dalla Francia, che hanno goduto prima della multiculturalità delle rispettive società. La composizione delle nostre Nazionali giovanili ci lascia sperare che analogo fenomeno possa consentirci di godere in futuro dei benefici di questa integrazione. A condizione tuttavia che cambi, a tutti i livelli del calcio italiano, l’approccio alla valorizzazione dei giovani attraverso norme e incentivi finanziari che premino le società capaci di produrre talenti e che scoraggino l’importazione di veterani spremuti scartati dai campionati “top” e talora brocchi patentati dai nomi esotici che hanno il solo pregio di costare meno di un giovanotto, di qualsiasi tonalità, nato e cresciuto dalle nostre parti. Basterà Malagò? Basteranno Mancini, Conte o chi per loro? E chi lo sa? Io vorrei solo riuscire ad arrivare in tempo a vedere una partita dell’Italia ai Mondiali con il mio nipotino Giorgio che non ha ancora cinque anni. E magari un giorno esultare con lui come feci con mio padre e mio fratello Ciccio.

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