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Giovanni Ferrara, quando il cuore batteva forte per il ‘suo’ Palermo: anche troppo

Era ansioso, per natura. Ma quando si trattava del ‘suo’ Palermo, l’ansia di Giovanni Ferrara diventava quasi innaturale: durante le partite il suo cuore andava a tremila. Lo ha logorato tanto, quel cuore che poi gli ha presentato il conto, facendo tante bizze negli ultimi anni in cui – complice anche il diabete – la salute di Giovanni era piuttosto ballerina.

E mi viene da sorridere, un sorriso amaro, a ripensare ad alcuni aneddoti di allora. Giovanni Ferrara non guardava quasi mai una partita dal vivo. Diceva di soffrire troppo. Ma in realtà, passeggiava sotto casa in via Libertà ascoltando le mie radiocronache. Un giorno gli dissi: “Se segui le mie radiocronache soffri molto di più, staresti meno in ansia se guardassi la partita dagli spalti. Le mie cronache sono vietate ai deboli di cuore…”. Sorrideva, annuiva ma poi continuava a passeggiare e ad ascoltare.

E dire che non era nemmeno un tifoso della prima ora. Nel calcio c’era entrato negli anni ‘80, di sguincio, trascinato da Ferruccio Barbera come sponsor della squadra rosanero con il marchio della Pasta Ferrara, allora un marchio iconico. Quando diventò presidente, succedendo a Salvino Lagumina, non era un grande esperto dei meccanismi, anche quelli emotivi, che fanno del calcio un mistero della fede. Non aveva nemmeno una grande conoscenza dei giocatori. Ma al fianco di Liborio Polizzi, con cui per un decennio ha condiviso oneri e onori, aveva tracciato una strada a suo modo ambiziosa con una società all’avanguardia.




Con lui, che amava le mie radiocronache, ho avuto la fortuna di lavorare per tre anni, dal ‘91 al ‘94 come responsabile dell’ufficio stampa e delle relazioni esterne. Una grande esperienza di vita e di lavoro per chi come me viveva e lavorava con il calcio. Ma anche dopo quella esperienza triennale, Ferrara mantenne con me lo stesso atteggiamento: chiamava, si confrontava, mi mandava a quel paese per qualche emozione di troppo e a volte si confidava. Dopo la drammatica retrocessione in C2 che lo aveva prostrato, mi confidò che c’era la speranza di un ripescaggio ma mi fece giurare di tenere per me quella notizia almeno per qualche ora.

Era un’altra epoca, era un altro calcio. Chi ha meno di 40 anni potrà anche fare fatica a inquadrare quel contesto storico. Palermo e la Serie A si incontravano di rado, l’ultima l’aveva conquistata Renzo Barbera nel ‘72. Non c’erano mai state dirigenze troppo ‘danarose’, il calcio si identificava con proprietà ben riconoscibili. L’ambiente era certamente più artigianale di quello di adesso. Si faceva ‘abbili’ come e più di ora ma in un contesto più familiare. E guardando sui social le centinaia di commenti commossi ho capito che le mie sensazioni sono comuni a tutti quelli più o meno della mia generazione.

Quello di Giovanni Ferrara (e Liborio Polizzi) era il Palermo della rinascita. Risorto nell’87 dalle ceneri di una radiazione che aveva avuto un forte sapore ‘politico’, il Palermo si affacciava lentamente nel calcio d’elite e sotto la presidenza di Ferrara era tornato in Serie B. Stadio molto spesso pieno ed era già il “nuovo stadio”, quello abbellito per ospitare i Mondiali e che la dirigenza – su incarico del Comune – aveva il compito di gestire e accudire.

In un decennio si consumarono forti emozioni: promozioni, retrocessioni, la Coppa Italia di Serie C (unico trofeo della storia), il Palermo dei picciotti, la retrocessione in C2 dopo lo spareggio con la Battipagliese e il ‘salvataggio’ a tavolino per la cancellazione dell’Ischia. L’ultimo grande colpaccio della sua presidenza fu la cessione societaria a Franco Sensi, patron della Roma. Ferrara aveva l’orgoglio di avere lasciato il Palermo in ottime mani. Era il 3 marzo 2000, l’inizio di una nuova era che da Sensi ha portato a Zamparini e ai tanti trionfi di questo millennio.

Tutto in un decennio, dunque, compreso il calcio di livello internazionale a cui i tifosi rosanero erano poco abituati: durante quel decennio Palermo ospitò un bel po’ di match della Nazionale italiana (allora una rarità) e perfino la Juventus scelse Palermo per disputare il match di Supercoppa contro il Psg, che non era ancora quello di ora. Merito anche di Giovanni Ferrara, che da consigliere federale tesseva rapporti con le società più grandi, ottenendo sempre grande rispetto per la città e la sua squadra.

Amava la politica e la diplomazia. Amava parlare e tanto. Quando non condivideva qualcosa ti chiamava al telefono e ti faceva “pagare il conto” con conversazioni chilometriche, anche animate ma sempre civili. Da galantuomo com’era. Ma soprattutto era innamorato visceralmente della sua famiglia, la moglie Cettina e i figli Maria e Riccardo, che lo hanno sempre seguito da vicino in questo decennio di malattia calcistica. E ai quali va il mio saluto affettuoso, dopo quella esperienza erano diventati anche miei familiari.

I funerali di Giovanni Ferrara saranno celebrati venerdì 27, alle 11.00, nella chiesa di Sant’Espedito di via Nicolò Garzilli.

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2 thoughts on “Giovanni Ferrara, quando il cuore batteva forte per il ‘suo’ Palermo: anche troppo

  1. Grazie, Direttore, per questo bel ricordo. Nostalgia per un calcio “pane e salame”, quello nostro. Quello che non esiste più e che noi di una certa età rimpiangiamo. Condoglianze alla famiglia Ferrara

  2. il nome di Ferrara mi riporta ad un epoca meravigliosa. da ragazzino, con lui presidente, ho iniziato a seguire il Palermo, sono diventato un tifoso. un periodo che, nonostante i magri risultati sportivi, mi ha dato la possibilità di vivere il calcio come una vera passione, prima che si insinuasse nel tifo palermitano questo atteggiamento di perenne insoddisfazione, di pretesa e lamentela continua. forse anche perchè in quel periodo non avevamo ancora assaporato il gusto delle coppe europee e dei campionati di vertice in serie A. si litigava, si criticava ma alla fine restava solo l’amore per il rosanero. un’epoca che non c’è più dove il calcio era un rito ed aveva la sua importanza, prima ancora che arrivasse il bombardamento delle Pay tv e successivamente dello streaming ipertrofico, quando ancora era solo una via di fuga dalla vita quotidiana. il pranzo della domenica a casa della nonna scappando prima ancora di finire il secondo: “scusate ma dobbiamo andare allo stadio” lasciando tutti gli altri a tavola a finire. un’altra epoca. penso di essere stato davvero fortunato

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