Mondiali, anche gli Dei tremano: la mutazione genetica degli Ottavi
C’era una battuta memorabile nel film 300 in cui il Re dei Re, Serse, scopriva sulla sua pelle che anche l’armata più immensa può vacillare davanti a un pugno di uomini determinati. In questi ottavi di finale, il calcio ha vissuto lo stesso identico brivido, squisitamente umano. Abbiamo visto semidei tremare. Questo torneo sta certificando la caduta delle corazzate, rivelatesi fragili barchette di carta. Se nella zoologia persiste una rigida gerarchia tra chi preda e chi è predato, nel calcio è avvenuta una vera e propria mutazione genetica. Le squadre un tempo considerate “materasso” (esclusa la solita Norvegia, che le rogne le ha sempre giurate a tutti) hanno finalmente letto lo stesso manuale: L’intelligenza delle prede. Fare branco, disorientare, assalire se assaliti. Il risultato? I potenziali predatori vanno incontro alla sconfitta o, nel migliore dei casi, a un nutrimento molto meno facile del previsto. Non basta nemmeno provare ad aggirare il sistema per salvarsi. Prendete gli Stati Uniti, arrivati con la furbizia della squalifica “sospesa” di Balogun — una roba molto cinematografica, un po’ come il caffè sospeso a Napoli. Alla fine, si è tornati dritti ai vecchi temi del liceo: fui, fuisti, venisti per fottere e fosti fottuto.
Il Belgio si è ricordato improvvisamente di essere una banda di vecchi marpioni, ha infilato e ribaltato gli USA. Più che a Messi, questi Diavoli Rossi somigliano maledettamente a Novak Djokovic: duri, spietati, cinici, capaci di tirare fuori dal cilindro quel colpo decisivo per non soccombere. Almeno fino alla prossima battaglia. Ci saluta Cristiano Ronaldo, e la cosa strana è che fa meno male del previsto. Forse perché il suo ego ipertrofico ha sempre preteso una perfezione autoattribuita che la realtà non sempre ha legittimato. Al contrario, un’uscita di scena di Messi avrebbe fatto sanguinare il cuore dei più. Perché Lionel è apparso magnificamente umano, fragile, spogliato della sua armatura da cyborg. L’Argentina è passata attraverso due partite giocate sul filo della disperazione, personale e collettiva. Al secondo rigore sbagliato, Messi ha mostrato tutte le crepe di una classe immensa, che però regge ancora l’urto del mondo. Anche nel senso tattico più puro: cammina, osserva, calcola. È il giocatore di movimento che ha corso meno dopo i portieri, eppure decide i destini.
Una nota di merito assoluta va a Erling Haaland. Non solo per aver schiantato il Brasile, esorcizzando una volta per tutte il fantomatico “fattore C” di Carlo Ancelotti. Il gigante norvegese ha dimostrato una statura umana enorme fuori dal campo. Ha saputo della tragica scomparsa di Denis, un bambino travolto da un pirata della strada proprio nei luoghi in cui Erling è cresciuto. Denis viveva nel mito di Haaland, indossava le sue maglie, tifava per lui. Erling ha risposto con un brivido di pura empatia, mandando alla famiglia una lettera e una maglia autografata per stringersi al loro dolore. Quando il talento incontra il cuore, il calcio torna a essere una cosa seria. Oggi Messi, Kane e Mbappé si guardano attorno come altrettanti Serse, al comando di eserciti colossali ma improvvisamente vulnerabili. Nella storia reale, dopo tre giorni di eroica resistenza, gli Spartani vennero spazzati via.
Ma questo mondiale ci sta insegnando che, una volta ogni tanto, la storia può deviare dal suo corso. Magari grazie a un pugno di calciatori non proprio spartani, arrivati dal Nord Europa o dal Magreb, pronti a riscrivere le gerarchie. Sognare non costa nulla. Ed è rimasta una delle pochissime cose ancora gratis a nostra disposizione.


