Il Palermo e Inzaghi si spengono sul più bello, resta accesa solo la speranza
Troppo brutto per essere vero. Troppo molle rispetto a tante battaglie combattute durante la stagione. Troppo sconnesso per una squadra che si sta giocando tutto dopo mesi di rincorsa. E invece è successo: nel momento più importante dell’anno, il Palermo si è sgretolato. A Catanzaro sono riemersi tutti quei limiti che, per larghi tratti della stagione, Inzaghi e il gruppo erano riusciti a nascondere attraverso il lavoro, l’organizzazione e la compattezza. Ne abbiamo scritto più volte: le difficoltà di approccio lontano dal “Barbera”, il divario evidente tra i titolarissimi e il resto dell’organico, alcune scelte troppo rigide dell’allenatore, l’assenza di leader capaci di trascinare la squadra nei momenti di maggiore sofferenza.
Per mesi, però, il Palermo era riuscito a convivere con queste fragilità. Inzaghi aveva dato identità e spirito a una squadra che lo aveva seguito sin dal primo giorno. Proprio per questo la caduta di Catanzaro fa ancora più rumore. Perché è arrivata sul più bello, quando serviva lo sforzo maggiore. Non esistono alibi dopo una prestazione del genere. Ma il percorso che ha accompagnato i rosanero verso la semifinale playoff è stato tutt’altro che semplice. Dalla sconfitta di Venezia all’allenamento a porte aperte che doveva essere una festa e non lo è stata, passando per il dolore per la morte della piccola Alessia e per i problemi fisici di due uomini chiave come Palumbo e Bani. Il Palermo è arrivato in Calabria svuotato mentalmente, tramortito dal gol subìto dopo appena 50 secondi e incapace di reagire. Serviva forza mentale. È stata proprio quella a mancare.
A Catanzaro, però, è mancato il Palermo nella sua totalità. Una prova disastrosa sotto ogni aspetto, la più brutta della stagione, persino peggiore delle sconfitte contro il Monza. E anche le scelte di Inzaghi hanno lasciato più di un dubbio. L’assenza di Bani aveva inevitabilmente modificato gli equilibri difensivi, soprattutto contro una squadra forte sugli esterni come il Catanzaro. Ma allora perché rinunciare dal primo minuto alla catena Pierozzi-Rui Modesto, provata per oltre un mese e mezzo con risultati più positivi che negativi? L’impressione era che proprio il forfait di Bani dovesse portare a quella soluzione.
Invece Inzaghi ha schierato Magnani. Una scelta che non ha pagato. Il difensore è lontanissimo dal giocatore visto nella passata stagione e anche nella prima parte di campionato con la Reggiana: legnoso, insicuro, quasi intimorito. E se proprio doveva giocare lui, perché schierarlo centrale nella difesa a tre e non da braccetto, ruolo che ha ricoperto più volte da gennaio in avanti? Perché non affidare il centro della retroguardia a Peda, già utilizzato diverse volte in quella posizione?
Anche la gestione dei cambi ha convinto poco. Pierozzi, ammonito e nervoso, era giusto sostituirlo. Ma perché scegliere Gyasi invece di Rui Modesto? E ancora: giusto cambiare anche Ranocchia, che nonostante tutto era stato uno dei meno negativi in campo. Perché insistere con Blin, quando nell’ultimo mese e mezzo Giovane aveva dato energia e risposte incoraggianti?
È vero, Blin rappresenta il sostituto naturale di Ranocchia per caratteristiche ed esperienza. Ma in quel momento della partita forse serviva altro: dinamismo, intensità, coraggio. Affidarsi a Gyasi e Blin, due giocatori che in questa stagione hanno spesso deluso, è sembrata una scelta in controtendenza rispetto al percorso intrapreso recentemente da Inzaghi, che aveva provato ad allargare le rotazioni per ridare ossigeno a una squadra arrivata col fiato corto.
La sensazione è che la notte di Catanzaro abbia spazzato via molte delle certezze costruite nell’ultimo mese e mezzo. Un Palermo solido, pragmatico e cinico, sì, ma ancora povero di alternative quando il livello si alza davvero. Eppure, arrendersi oggi sarebbe l’errore più grande. Il Palermo è ancora vivo. Perché il “Barbera”, quest’anno, è stato un fortino. E perché, paradossalmente, dopo il disastro dell’andata, i rosanero mercoledì scenderanno in campo senza più nulla da perdere, almeno per 90 minuti. Il Catanzaro sente di avere la finale in tasca. Il Palermo deve trasformare rabbia, orgoglio e frustrazione in un’impresa.
Solo al fischio finale si tireranno le somme. Se sarà finale, i giudizi saranno rimandati. Se invece sarà la fine del percorso, allora arriverà il tempo delle analisi definitive. Adesso no. Adesso è ancora il momento di crederci. Perché il valore complessivo delle due squadre non può essere quello visto all’andata, in una partita stravolta dal gol immediato degli uomini di Aquilani, e dove i 13 punti di distacco accumulati in regular season si sono visti tutti, ma al contrario. Per 90 minuti bisognerà riempirsi la testa di pensieri positivi. E provare a credere che questa storia non sia ancora finita.
